Scatti e pinzimoni

Ho preparato un pinzimonio molto povero perché i carciofi li so mangiare solo con un poco di olio, un pizzico di sale e una punta di prezzemolo. Le foglie esterne sono dure, protettive e troppo stoppose. Con pazienza si può scendere a un compromesso tra fame e fretta, raggiungendo il cuore morbido del gusto sfogliandone le difese. Percorrere un ragionamento non è molto diverso dal mangiare un carciofo.

Il cibo, oltre che essere metafora di vita, favorisce l’avvicinamento delle idee, condendo i silenzi con i suoi sapori e ritmando i discorsi con le forchette. Il pranzo con Gio Confalone è andato per le lunghe per tutta una serie di motivi, saziandomi mente e stomaco.

Quando ha appoggiato la macchina fotografica sul tavolo, malcelata da bicchieri e piatti, ho deciso di non considerarla perché se avessi ignorato lei avrei dovuto ignorare lui.

Considerato il mio pessimo rapporto con gli obiettivi, penso ai dubbi che hanno da sempre reso i miei sorrisi contriti e le mie movenze goffe davanti a un fotografo.

“E se vengo male?”

“Forse mi sarei dovuta mettere addosso qualcosa di diverso.”

“Si nota tanto che non sto stare in foto?”

Dopo aver conosciuto Gio ho capito che le considerazioni sulle quali arrovellarsi sono altre.

“Forse basta saper stare nel mondo per saper stare in foto.”

La fotografia è un genuino strumento con cui si convince la realtà a fermarsi, è un peccato cercare di ingannare l’evidenza indossando abiti o situazioni nelle quali normalmente non viviamo. Non è detto che si debba fotografare tutto e nemmeno che ci sia qualcosa che non valga la pena fotografare.

Voglio raccontare la vita così come viene, mentre viene.

Niente outfit per le foto, niente mandami la moodboard.

Aspettandolo per pranzo ho googlato “https://gioconfalone.com/” per rileggere gli articoli caricati sinora, pensando a come un sito Internet garantisca maggiore libertà e più ampio respiro rispetto a un profilo Instagram, piattaforma che si sa essere nata per l’immagine e non per il testo, nonostante si sia adattata nel tempo a diversi contenuti. 

Gli scopi comunicativi di Gio, tuttavia, stanno ora troppo stretti su Instagram: dietro una fotografia o un servizio c’è il racconto di un’esperienza, non riassumibile in toto da una caption, non descrivibile da hashtag più o meno popolari che appiattiscono elementi diversi in gruppi omogenei. 

Oggi abbiamo tutti gli strumenti per catturare immagini, siamo fotografi e promotori di noi stessi: deleghiamo lo scatto solo se occupati a fare altro o quando il braccio risulta essere troppo corto per cogliere la prospettiva giusta, non senza prima prodigarci in indicazioni su come vorremmo fosse il risultato finale.

E’ bello pensare che in una fotografia venga condensata la parte migliore di noi, ma fino a che punto siamo disposti a consegnare nelle mani di altri il compito di rappresentarci senza aver controllo sul processo? 

Spesso si pretende che le fotografie siano tutto fuorché genuine o uniche: non ho mai notato differenza tra le foto, diciamo di matrimoni, esposte da vari studi fotografici. Se ogni coppia è diversa, perché cosa rimane nel tempo è la stessa immagine di un bacio sotto gli alberi? Non faccio fatica a immaginare Gio al suo matrimonio come protagonista e come fotografo: essere dietro l’obiettivo non significa non rimanere nelle fotografie, anzi.

L’estro creativo non risiede nella produzione seriale di emozioni, perché questo costringe ad adattare scarpe uguali a piedi diversi.

Clic discreti accompagnavano i discorsi, io provavo a mangiare nel modo meno disgustoso possibile l’uva che avevo messo in tavola a fine pranzo. La prossima volta sceglierò un frutto più elegante con meno semi, magari delle mele. 

A ogni scatto sentivo che stava prendendo le mie misure, analizzando il mio spazio e ritraendo un poco della mia essenza. 

Ti faccio un caffè e sistemo la cucina.

Mi sono fidata della non riproducibilità degli attimi e dell’occhio di quel fotografo alternativo che raccontandoti si racconta.

“Grazie all’ottica che uso se sono troppo lontano da cosa voglio fotografare mi avvicino, a volte mi chiedo perché questo infastidisca. ”

Non siamo camosci su montagne distanti da immortalare con obiettivi lunghissimi, siamo taccuini tra le righe dei quali non è sempre facile cogliere dei significati. 

Riguardando le foto di quel pomeriggio ho come la sensazione che, con la sua Fuji, Gio sia riuscito a cogliere alcuni dettagli di me di cui non ero mai riuscita a scrivere.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...